Ballata dell’affetto cieco

30. Settembre 2006 | Categoria: Storie | 2 commenti »

Un uomo onesto, un uomo probo,
tralalalalla tralallalero
s’innamorò perdutamente
d’una che non lo amava niente…

Come in ogni favola che si rispetti, anche in questa c’era una volta una ragazza. Non si trattava di una principessa, non aveva lunghi capelli su cui arrampicarcisi, non era segregata in un castello, nè tantomeno prigioniera di qualche drago o mago malvagio, però, aveva due profondi occhi, un bel sorriso racchiuso da due morbide labbra e un dolce viso circondato dai suoi capelli mossi. Inutile dirlo, era la ragazza più ambita del suo paese. E come in ogni favola che si rispetti, c’era anche un ragazzo, di poco più grande della ragazza, che si era invaghito della bella, e fece di tutto per conquistarla. D’altra parte però, nemmeno il ragazzo era un principe, non aveva cavalli bianchi, castelli incantati, e nemmeno un’armatura luccicante, ma solo coraggio, un grande cuore, e la semplicità del suo animo. Il poveretto chiese alla donzella più e più volte un appuntamento, un’uscita, anche solo due passi, ma le respinte, le frasi non dette e i vari rimandi lo portano presto allo sconforto e a desistere dal continuare a chiedere. Il tempo passò, il ragazzo trovò ben presto una donna ben felice di dividere con lui i sentimenti, ma nonostante fosse rimasto amico della bella ragazza e ora fosse felice, continuava a chiedersi il perchè dei tanti rifiuti. La bella donzella si trovò un uomo. Non un ragazzo, ma un uomo di gran lunga più grande del nostro povero protagonista, e da lì iniziò il deterioramento del rapporto. La favola potrebbe anche concludersi qui, la fine è amarognola, reale… Ma in realtà il racconto prosegue… La vicenda è ambientata nei nostri giorni: divenne estate, il ragazzo smise di frequentare i luoghi con cui prima di allora passava tutti i giorni con la bella e, nonostante le promesse, iniziarono a sentirsi di meno. “Usciremo insieme per un gelato…” “andremo a prenderci un caffè…” “continueremo a sentirci…”; fu un’estate intensa per il povero ragazzo, e proprio da questo si accorse come la sua amica si stava separando da lui: aveva l’esame di maturità: è un passo importante per una persona, è un ostacolo, un simbolo, il segno della fine di un’era e dell’inizio di un’altra; hai bisogno di sostegno in queste situazioni, ma mai un messaggio gli arrivò, nè di incoraggiamento, nè per sapere come gli fosse andato l’esame… (per la cronaca, andò bene) “avrà avuto da fare…” pensò bonariamente il protagonista.. arrivò il giorno dell’esame orale di maturità, seguito poche ore dopo dalla morte di un caro parente del ragazzo… L’urlo di gioia per la fine delle fatiche gli si strozzò in gola, un nodo allo stomaco lo seguì per molto tempo, portandolo ben presto alle falde di un antico spettro…la depressione: il male dei nobili, come qualcuno lo chiama… passò il tempo… arrivò il giorno del suo compleanno: un giorno di festa, l’occasione giusta per tirarsi su…. Passò tutto il giorno in attesa di un suo messaggio, tutto il giorno… scoccò la mezzanotte… La sua bella amica se ne era dimenticata… “avrà avuto da fare…” continuava a pensare ostinatamente, anche se lo sconforto questa volta lo sfiorò… Ultimo mese d’estate: altre malattie, sia per lui che per altri componenti della famiglia, le diete, gli sforzi, le fatiche… un sms con scritto “auguri” gli fece tornare il sorriso il giorno del suo onomastico. A settembre, come al risveglio da un lungo letargo, sbocciarono nuovamente i contatti: tornarono le promesse… “ti prometto un gelato insieme”…. settembre finì…. “avrà avuto da fare…”.
La storia finisce (?) la sera di una festa, quando il ragazzo, che a dir la verità la depressione aveva portato a farsi sentire sfruttato e ignorato dalla bella, dimostrò nuovamente alla ragazza per l’ennesima volta il suo affetto, puro, buono e dannatamente incontaminato nei suoi confronti. La ragazza finalmente se ne accorse, era seduta accanto a lui: sorrise stupita, si avvicinò, gli accarezzò il mento…si alzò.

Fuori soffiava dolce il vento
tralalalalla tralallalero
ma lei fu presa da sgomento,
quando lo vide morir contento.
Morir contento e innamorato,
quando a lei niente era restato,
non il suo amore, non il suo bene,
ma solo il sangue secco delle sue vene…

L’Italia vista dal treno

29. Dicembre 2005 | Categoria: Storie | 0 commenti »

Vecchio racconto che ho scritto per un concorso..
Premessa

Uff, pensavo tra me e me, è finita, anche per quest’anno è andata.
Era il 7 di giugno, la scuola era terminata e iniziavano le vacanzeestive; io ero stato promosso e stava iniziando un’altra delle famoseestati “più calde del secolo”. Mentre tornavo a casa con le gocce disudore che mi colavano copiosamente dalla fronte, pensavo a quello cheavrei potuto fare durante le vacanze e tutti i miei progettigravitavano attorno a un unico fulcro: le vacanze avrei dovuto passarlein un luogo arieggiato e in compagnia di una bibita ghiacciata.
Entro in casa, saluto il parentame, accendo il ventilatore, prendo illettore cd, osservo il divano e, sarà il caldo, ho una specie diallucinazione: al divano spunta una bocca che inizia a parlare:“sdraiati… sdraiati…”. Mi avvicino al divano con aria lussuriosaquando inizia a squillare il telefono…
Un terribile presentimento mi pervade: “fa’ che non sia lei, fa’ chenon sia lei”. Risponde mia madre: “Pronto? Oh ciao Elena…” “Sigh, èlei” “…come? Certo che può, ma no, ha tre mesi davanti per studiare…ok, allora te lo mando, ciao
… Dopo qualche attimo di silenzio,domando “Dov’è la zia? “Perché? “Niente, dov’è la zia? “Almare… “Ah, ok. Escludendo il fatto che ci abbia chiamato perinvitarmi a fare un bagno al mare, rimangono due possibilità: la primaè che le serve qualcuno che faccia un lavoro faticoso e noioso al mare,la seconda… la seconda è identica alla prima. “Lavoro faticoso… Nonfai mai niente… comunque le serve che tu e tuo cugino Andrea andiate atogliere le erbacce e a raccogliere le albicocche e i pomodori per lamarmellata e la salsa… “Cosa? Credi che io sia così stupido? Crediche non sappia che la nostra casa al mare ha otto piani di erbacce datogliere (è una di quelle tipiche case liguri costruita a terrazzestrappate ai pendii delle colline o delle montagne) e che abbiamo trealberi enormi di albicocche e un numero imprecisato di piante dipomodori? “vabbè, sei con i tuoi cugini, ti divertirai… “Speriamo!Non ho mai letto nei libri di storia di neri che si divertivano mentreraccoglievano il cotone tutti insieme sotto il sole… “Esagerato!.
Sono le otto e mezza…
Porca miseria! Il treno parte fra un quarto d’ora e Andrea non si èancora fatto vedere; ho persino avuto il tempo di comprarmi la“Settimana Enigmistica e il giornale. Ad un certo punto sentoprovenire dall’altra parte della stazione un fischio “alla pecoraia:è mio cugino che si sta dirigendo con tutta calma verso di me…
Andrea è il tipico ragazzo dalla simpatia travolgente, trasgressivo,che piace alle ragazze e che fa molto sport. Mentre si avvicina ridendogli chiedo (indicandogli la capigliatura): “Ti hanno scritturato per ilseguito di “L’ultimo dei Mohicani?. Ha una specie di crestino conqualche ciocca di capelli colorati di rosso… “Spiritosone!, Qual è ilnostro binario? “Il numero otto “Andiamo allora, sennò non ci sonopiù posti liberi e ci dobbiamo fare il viaggio in piedi (sembra quasiche sia io quello che è arrivato in ritardo…).
Saliamo sul treno e dopo 5 minuti di discussione scegliamo il vagonenon fumatori e, dal momento che è un treno un po’ vecchiotto, cicerchiamo uno scompartimento, possibilmente vuoto; dopo pochi minuti diricerca ne troviamo uno in coda al vagone. Ci sistemiamo Andrea applicala legge non scritta del “Ho pagato? Allora occupo più spaziopossibile! e inizia a mettere lo zaino su un sedile, i piedi in unaltro, il cappellino in un altro, poi tira fuori due lattine diCoca-cola, me ne lancia una e dice Un brindisi alla zia che ci faràlavorare come farebbe un negriero georgiano (Ma tu guarda… avevamotutti la stessa immagine di lei…) “Cin cin.
Dopo un po’ di stazioni, si apre la porta dello scompartimento e iltipico “truzzo, con dei pantaloni talmente stretti che di sicuro glistavano bloccando la circolazione nelle gambe e la solita magliettaaderente dell’Energie o della Diesel e un chilo di gel in testa, siavvicina e ci chiede: “Che c’avete ‘na sigaretta?�? io e mio cugino ciguardiamo come se dovessimo decidere chi lo debba mandare a quel paesee alla fine mio cugino gli fa: “Scusa, sai che vagone è questo? “Ilsecondo? “No, intendo, lo sai che è dei non fumatori? “Si “Eallora perché ci chiedi una sigaretta quando si può intuire che nonfumiamo? “Boh… che ne so… magari… “No, non abbiamo sigarette…“Ah, ok! Grazie, ciao e se ne esce… Io e Andrea ci guardiamo con unmisto tra incredulità e stupore e ci mettiamo a ridere.
Siamo partiti da quasi mezzora e il treno giunge alla stazione diRacconigi; nel minuto in cui il treno è fermo, mi ritornano in mentetutte quelle volte che, o con la famiglia, o alla scuola materna, eroandato a vedere il centro delle cicogne e mi pareva di sentire inlontananza il loro verso, prodotto dallo sbattere dei becchi.
Dopo un po’ mi accorgo dello strano percorso del treno perché, anzichéalla stazione di Fossano, ci fermiamo a quella di Asti… Qui sale unacoppia dall’aria piuttosto pittoresca: lui non è molto alto e porta deicalzoni che, a prima vista, sembrano di un pigiama annodati sullapiccola pancia obesa, la canottiera e un cappello di paglia che ricoprein parte i capelli che cadono attorno al largo viso rosso: grigi,sfibrati e arricciati senza cura; lei è un donnone con il viso paonazzoa causa del caldo, con una lunga vestaglia a righe rosa che ricoprel’enorme pancia che sembra contenga una ventina di gemelli pronti aessere partoriti, e cerca refrigerio con un ventaglio che le sposta glistopposi capelli.
“Boja fauss, a fa’ caôd!(“porca miseria, se fa caldo!) dice ilsignore rivolto alla consorte “Gaùte el caciòt. (“togliti ilcappello) risponde lei. Io accenno ad un sorriso, visto cheprobabilmente io e mio cugino siamo gli unici in tutto il treno acapirli. Iniziai a capire il piemontese quando mi portarono allo stadiola prima volta: ero un bambino nel pieno centro della gradinata, agridare “Toro! da solo che neppure io mi sentivo. Ricordo un signoreanziano che si avvicinò, si mise al mio fianco parlandomi in quella cheallora mi era sembrata una lingua straniera e che invece diventò semprepiù comprensibile col passare del tempo: “Ca’ crìa cit, ca’ crìa! Crìapi fort! (“Grida, bambino, grida! Grida più forte!).
Arriviamo ad Alessandria, e qui sale un signore dalle chiare originimeridionali: è di corporature robusta, capelli neri, corti, unamaglietta di dubbio gusto con su scritto “Non sono incinto, sonograsso e “qualche bagaglio: due borsoni per i vestiti; un cesto peri panini con la frittata di cipolle, la peperonata e cibi vari, unsacchetto con una bottiglia super maxi magnum di due litri di Coca-colae uno zaino contenente le cose “necessarie per la spiaggia ovverostereo, pallone da calcio, “Gazzetta dello sport e ombrellone di duemetri di diametro. Il signore si sistema accanto agli Astigiani e giàsi sentono i primi commenti in piemontese “Chiel a l’ha da vende e dapende (alla lettera: “Ne ha da vendere e da appendere, quindi inabbondanza) inizia a dire il signore ridendo. “Ciuto(“zitto)risponde ridacchiando la consorte. Io e Andrea assistiamo a questosimpatico siparietto sorridendo, mentre attraversiamo il Monferratocosparso dalle viti cariche di violacei grappoli di uva, una dellepoche cose che mi piace veramente, insieme al melone e all’anguria,mangiare in queste caldi estati.
Sto osservando il paesaggio piemontese dal finestrino quando Andreaattira la mia attenzione con un fischio e mi chiede il giornale; mentremi accingo a darglielo, mi ricordo di aver anche comprato la “SettimanaEnigmistica alla stazione e la tiro fuori dal borsone; cercodisperatamente una matita e, dopo averla trovata, inizio a fare leparole crociate. Tanto per passare il tempo e per non farmi tutto ilviaggio in silenzio, coinvolgo anche Andrea chiedendogli qualche aiuto“sette verticale: tipico vino del Monferrato… Andrea non fa in tempoa formulare una risposta che si sente “Barbera!. È il signore di Astiche dalla prontezza di risposta dava intendere di essere un esperto divini (o un mezzo alcolizzato): lo ringrazio e continuo… “cinqueorizzontale: er pupo de oro… anche qui Andrea non fa in tempo apronunciare una sola sillaba che si sente “TOTTI! “Grazie, risposisorridendo. “Romanista? “Io? No no, sono della Juve! e di nuovo ilsignore alla moglie “Terun e ëdcò dela giuve!(meridionale e anchedella Juve!).
Più ci avvicinavamo alla Liguria e più il caldo si fa meno opprimente.Il treno rallenta per l’ennesima volta per fermarsi alla stazione dinon riesco a vedere dove, “Andrea, che stazione è questa? “non lo so…stavo leggendo il giornale… Sarà un altro paesino sperduto dimenticatoda Dio e dagli uomini… “Mah… rispondo io “Dovremmo comunque esserevicino a Savona, vedo dei gabbiani… e Andrea dubbioso: “Cosac’entrano i gabbiani? “’Gnurant! I gabbiani si trovano principalmentein due posti: al mare e nei pressi delle discariche quindi, essendoquesto un paesino sperduto, probabilmente non ci sono discariche, e nonmi pare di vedere il mare… “Sagace… conclude con ironia mio cugino.
Io intanto osservo il panorama che cambia man mano che il treno prendevelocità. Notando i contadini che, piegati sotto il sole, strappanoerbacce (chissà perché mi sembrano tanto familiari…) dalla terra secca,arida, percorsa dai muri di pietra sulla quale corrono veloci lucertolee i ramarri chissà, forse inseguiti da una biscia; e guardo i vari tipidi piante che si susseguono. Nelle montagne liguri i chilometri di vitidi uva bianca e viola si abbarbicano sulle terrazze con i muri dipietra; le piante di olivi sono tante che uno si chiede “ma che se nefaranno i liguri di tutte queste olive che peraltro non sono neppurebuone? sono intercalati da tante altre piante di pesche, di prugne,di susine, di albicocche, per non parlare della fresca insalata e delsuccoso pomodoro, degli insipidi zucchini e delle melanzane, delgustoso peperone e dello schifoso cetriolo…
Il treno rallenta ancora, e una voce gracchiante ripete: “Savona… stazione di Savona…
“Ci siamo, mi dice Andrea, “la prossima è la nostra. Si riesce asentire l’odore del mare grazie al vento che lo spinge dalla spiaggedorate alle nostre narici inebriandole con quell’odore di sale e iodioche ti entra nei pori della pelle quando hai fatto un bagno in mare.
Abbasso lo sguardo sulla “Settimana Enigmistica e senza farlo appostaleggo ad alta voce “… Lo è per il nipote la sorella della madre…“Schiavista! dice ridendo Andrea. “Dai, alzati, dobbiamo scendere.

Il rospo

6. Ottobre 2005 | Categoria: Io, Storie | 3 commenti »

C’era una volta un rospo che sognava di essere un passerotto. Ogni mattina, il povero anfibio, si guardava allo specchio, e si vedeva brutto, si sentiva brutto, vedeva ogni cosa brutta… insomma.. era un rospo infelice. Ogni volta che poteva, zompettava dal suo stagno, fino alla collina lì vicino e, posatosi sull’apice, scrutava l’orizzonte e tra un gracidio e l’altro, sospirava e pregava di poter diventare un passerotto. Il rospo aveva un’amica, un’amica epistolare… non l’aveva mai incontrata prima d’ora, non sapeva come fosse, eppure, era molto legato a lei e, molto probabilmente, era la sola cosa che lo faceva saltare avanti… Un giorno il rospo, forse colto da una crisi depressiva più forte delle altre, le disse: “ti incontrerò prima o poi, anzi.. ti incontrerò presto”.
Era una giornata calda, umida e assolata dei primi di agosto quando il nostro simpatico amichetto zompettante uscì dal suo stagno con una piccola borsa con dentro le cose più importanti che possedeva: un panino per il pranzo, delle lettere, una foto di lui davanti al suo stagno e tanti sogni e speranze. Questa sua amica abitava molto lontano da lì, e chissà quanti giorni o mesi o anni ci sarebbero voluti per arrivarci saltellando, così, il rospo si fece coraggio e andò a prendere quello che di solito un normale rospo non prenderebbe: il treno. Arrivato alla stazione fece tutte le procedure del caso: timbrò il biglietto, controllò il binario, l’ora e quanto sarebbe durato il viaggio: 5 ore… Salì dunque sul treno, cercò il suo posto e ci si sedette beatamente: era fatta, ormai solo 5 ore di quello strano coso metallico lo separavano dalla sua migliore amica; gioioso tirò fuori il panino dalla sua borsa e con un morso si riempì la guancie, il che gli dava un’aria molto buffa e pacioccosa; mentre stava masticando, alzò lo sguardo, giusto per vedere chi era seduto davanti a lui.. gli si bloccò la digestione.. un pret… ehm… un serpente era seduto davanti a lui (il peggiore nemico dei rospi); il serpente lo guardò e con un sorriso gli disse “non ti preoccupare, sono vegetariano…”, il rospo sembrava più tranquillo, ma comunque guardava con sospetto il suo compagno di viaggio. Il tempo passava veloce, e ben presto venne il momento per il rospo di scendere: mancavano pochi minuti alla sua stazione e, improvvisamente, il rospo venne colpito dall’ansia: la pelle gli si fece umida, lo sguardo perso, e iniziava a pensare “e se non le piacessi? e se non mi volesse più come amico? sarà una rospa anche lei?” ma soprattutto… “chi ha mangiato il resto del mio panino?”… Il treno iniziò a rallentare, la tensione invece a salire… Ecco la sua stazione.. il treno si ferma e la porta si apre: primo scalino “oddio sono ancora in tempo… ora torno sul treno”, secondo scalino “oddio oddio, ho paura”, terzo scalino “o la va o la spacca.. oddio fa che sia la prima”… Eccolo qua, il nostro protagonista, in mezzo alla stazione.. si guardava a destra.. “nessuna rospa all’orizzonte..”, si guardava a sinistra.. “ancora niente..”, “forse dovrei provare a guardare avanti..” pensò il rospo, gracidando compiaciuto del suo spirito da quattro soldi… Quand’ecco che dalle scale del sotto passaggio, si vede qualcosa che si avvicina.. zompete.. e si vede un fiocco rosa.. zompete… e si vede il fiocco di prima con sotto due begli occhioni.. zompete zompete.. e compare tutta la figura: è una rana con un fiocco rosa in testa!
“Ciao!” disse la rana sorridente, “ci-ci-ciao” rispose il rospo, estasiato dalla bellezza, della sua amica.. “fatto un buon viaggio?” “beh.. si dai” disse sorridendo il rospo, “vieni, facciamo 2 salti, abbiamo tante cose da dirci” le disse l’amica radiosa. Il giorno trascorse felicemente e i due anfibi si divertirono tantissimo insieme, ma stava per arrivare al termine, e quindi il rospo doveva poi ripartire per casa.. “prima di partire però, voglio farti vedere una cosa” le disse la rana, portando l’amico sul “cucuzzolo” di una collina.. “sai.. ogni volta che mi sento triste, salgo quassù e guardo l’orizzonte…”, “anche io faccio così, vicino al mio stagno ce n’è una uguale, e ogni volta che posso vado lì sopra a pregare di poter diventare un passerotto..” “un passerotto? e perchè mai vuoi diventare un passerotto?” “perchè sarei bello, libero, volerei su su e ancora più in alto nei cieli, tutti mi invidierebbero, e forse…” “..forse?” chiese ansiosa l’amica.. “..forse anche per piacerti…” disse guardando in basso il rospo… “ma tu mi piaci già” disse la rana e, avvicinandosi, lo baciò… Il rospo non si tramutò in un principe, ma rimase comunque stupito e contento per quel gesto e l’abbracciò fortissimo. Venne poi il momento dei saluti… “tieni. questa è per te..” disse il nostro amico porgendole la foto che si era portato da casa.. “non so se ci reincontreremo… ma spero che tu abbia un buon ricordo di me e che non mi dimenticherai..” “guarda che questo non è un addio… è un arrivederci.. e io ho già un ottimo ricordo di te.. e ce lo avrò per sempre…ti voglio bene..”
Ancora adesso il nostro rospo quando può torna sulla sua collina… continua a guardare l’orizzonte e continua a sospirare…ma stavolta sorride, convinto che da qualche parte laggiù, c’è una rana sopra una collina che lo aspetta…