E’ impressionante la quantità di persone che si chiamano “amore - pucci pucci - lovololovolo - ecc…” dopo tipo una settimana che “stanno insieme”. Dopo una settimana si chiamano amore a vicenda, dopo due si dicono “ti amo” con la stessa frequenza con la quale io dico “un fagottino alla crema di limone” alla barista del Politecnico [e chi mi conosce lo sa che non è cosa rara], alla terza settimana si presentano a vicenda i genitori, alla quarta parlano di quando andranno a vivere insieme, alla quinta scoprono le corna e alla sesta… beh non ci arrivano alle sesta. O almeno uno dei due non ci arriva, dopo le corna. Ok, io sono abbastanza insofferente a questo sentimento: io le chiamo morose, non fidanzate, non ho mai detto “ti amo” nel senso cinematofrafico del termine, al massimo qualche “ti amo di bene” e gesti convulsi di affetto verso il frigo, ma niente di più, chiamo la mia attuale morosa “scema” [e lei ricambia a tono], non ho mai presentato ai miei genitori nessuna ragazza e non si può dire che io sia un esempio manualistico del perfetto partner ma, porca la miseria, ci sarà una dannata via di mezzo tra me e “loro”. Ora, evitando il discorso del sempre più preoccupante processo di inzoccolimento ambosessuale post-moderno che stiamo vivendo, e sottolineando che non sono un insegnante di vita, quindi quello che dico deve essere “letto con le molle”, vi sembra normale che quando io avevo 14 anni puzzavo ancora di latte mentre ora una buona parte della gioventù “profuma” di una versione surrogata del sesso che cercano sempre più spesso, quasi facendo a gara di chi sia il più precoce? Si, per certi versi sono un insofferente snob pseudo parruccone che rimane perplesso all’onda di teens che mi riempiono la rete di foto di loro in reggiseno o con la pancia all’aria, a mostrare remasugli di una tartaruga svenuta a pancia in su che loro chiamano addominali. E dopo questa spremuta acida di limone, una spolverata di prezzemolo e cuocere a fuoco lento…
…un ragazzo che quando cucina da solo in casa, mette “a palla” musica caraibica e sculetta come una troietta sudamericana in discoteca, con particolare furore sulle note di “toma que toma”… Con un ragazzo che durante le ore di lezione, se si annoia e non ha voglia di disegnare, si mette a fare le boccacce con i compagni di corso.. venendo sempre irremediabilmente beccato dal professore Con un ragazzo che non legge mai un libro singolarmente, ma almeno due o tre insieme, causando disordini sia mentali che fisici sopra il comodino Con un ragazzo a cui piacciono le bionde ma che non ha mai avuto una fidanzata bionda Con un ragazzo che si è comprato un mini-bongo, che usa talvolta nei suoi deliri caraibici… Con un ragazzo che ha la morosa che definisce i suoi rotolini “sexy”, ma che lo rivuole con il fisico di una volta…. Con un ragazzo che non capisce la propria morosa talvolta… Questo post è essenzialmente inutile… Ah, mentre ci sono… Sto finendo le mie riserve di libri… se volete suggerirmene qualcuno…
In una fredda mattina di fine settembre…
L’inizio non è stato dei più felici. A Cagliari uno steward si è preso un ceffone dallo juventino Zebina, nervoso per i fatti suoi. A Rimini è andata peggio: quando un gruppetto di vigilantes in casacca gialla si è avviato verso gli ultras del Bari per togliere uno striscione offensivo, i tifosi pugliesi li hanno aggrediti e malmenati, tanto che è dovuta intervenire la polizia. Del resto, il decreto dell’8 agosto 2007 per la sicurezza negli stadi, firmato dal ministro dell’Interno Giuliano Amato, stabilisce che i famosi steward tanto invocati sul modello inglese per mantenere la calma negli stadi “non possono portare armi, né esercitare altre pubbliche funzioni riservate alla Polizia dello Stato”. A loro sono assegnati solo “compiti di controllo dei biglietti, instradamento degli spettatori e rispetto del regolamento dell’impianto”, funzioni per le quali devono essere selezionati e formati “esclusivamente dalla società sportiva organizzatrice”, che in teoria dovrebbe selezionare questo personale anche in base a “capacità psicoattitudinali” non meglio specificate. Il fatto è che su questa nuova realtà introdotta d’estate dal governo regna una discreta confusione e nessuna società sa bene che cosa può e deve fare. L’unica certezza è che i vigilantes italiani non possono intervenire in casi di scontri e non possono né arrestare né fermare eventuali tifosi colti in flagrante violenza. Visti gli scarsi poteri, le società hanno puntato al risparmio, chiamando negli stadi più che altro dei volontari sottopagati (tra i 16 e i 30 euro a partita), spesso poco più che ragazzi (l’età minima è fissata in 18 anni), il cui scopo ultimo è spesso guardarsi la partita gratis insieme con gli amici. La differenza principale con il sistema britannico è risultata subito evidente. In Inghilterra gli steward non sono la soluzione unica al problema della violenza, ma un elemento strategico in un piano generale di sicurezza che prevede telecamere a circuito chiuso, una sala di controllo, coordinamento continuo dei vigilantes con le forze dell’ordine e presenza (in molti impianti) di piccole celle all’interno degli stadi dove gli steward possono trasferire eventuali tifosi violenti colti in flagrante prima di consegnarli alla polizia. Grazie a questo sistema, nel Regno Unito il 43 per cento delle gare è già ‘police free’, ovvero senza la presenza della polizia all’interno degli stadi, dove l’ordine è garantito solo dagli steward. Particolare non trascurabile, poi, è la posizione dello steward inglese durante ogni partita: è sempre con le spalle verso il campo di gioco e lo sguardo verso il pubblico. In Italia, lo si è visto fin dalle prime giornate, accade esattamente il contrario. Le norme vigenti nel Regno Unito, introdotte a metà degli anni Ottanta, hanno prodotto risultati significativi per tutti i club professionistici. A distanza di 20 anni il numero delle famiglie inglesi tornate allo stadio è cresciuto del 38 per cento. Risultati positivi anche per i bambini (più 24 per cento), che costituiscono il motore per le vendite del merchandising dei club. Un’altra questione che in Italia bisogna ancora affrontare è quella dei costi. Gli steward sono un’uscita per i club e c’è già chi paga un milione di euro a stagione per la sicurezza allo stadio (come nel caso dell’Inter). Tutti i club italiani, con la nuova legge, si troveranno dunque a fronteggiare investimenti doppi, se non tripli, rispetto al passato. Sulla carta devono essere le società a coprire questi costi, ma i presidenti si preparano a fare guerra al governo e non si può escludere la richiesta di un aiuto per realizzare integralmente il piano sicurezza. Nonostante l’entrata in vigore della normativa, solo pochi club di serie A, nella stagione in corso, potranno rispettare le norme e del resto è il testo dello stesso decreto a prevedere che “i tempi di attuazione verranno fissati da un gruppo di lavoro che vedrà la partecipazione di rappresentanti del ministero per le Politiche giovanili e lo sport, del Coni, della Figc e delle Leghe interessate”. Probabile quindi lo slittamento dell’intera operatività al campionato 2008-09, con buona pace dei rischi di violenza (secondo un recente sondaggio, per otto italiani su dieci lo stadio di calcio non è un luogo sicuro). A inquietare le questure, soprattutto, è il fatto che dopo la stretta della scorsa primavera, tutte le gang da stadio in Italia si sono riorganizzate, mentre in Inghilterra sono state sciolte con la forza da quasi vent’anni. Non è solo una questione di steward.
Dall’espresso di oggi