I circensi miserabili

9. Settembre 2006 | Categoria: Vita | 0 commenti »

Avete mai preso un pullman o una metropolitana tardi? Checchè se ne dica, non si incontrano solo manigoldi o pazzi furiosi pronti a sgozzarti per un pugno di monete. Se si sale su un pullman, che attraversa un grande corso, ma anche solo un corso di media grandezza, intorno alle 23:30, mezzanotte, certamente si incontrano personaggi strambi, sicuro, degni di costruirci su la trama di un film. Io l’altra sera ad esempio, sono salito sul bus a una fermata sotto un cavalcavia su quella che penso fosse l’ultima o comunque una delle corse terminali della giornata: mi sono appostato su un sedile nella prima metà del pullman, ho messo nel lettore mp3 una canzone adatta alla situazione, e ho iniziato a osservare; ma non osservare come si può osservare chessò, un frigorifero al supermercato, o un frullatore… No, io ero più come un avicoltore, che nascosto dentro la casetta di legno, studia il comportamento dei volatili. In fondo, in un angolo, al buio, c’era un uomo con l’espressione scura, cupa, due grandi baffi neri che nascondevano una faccia triste, rassegnata… Se ne stava appoggiato con una spalla al lato e guardava con occhi spenti il nulla; poco distante, alla sua sinistra, due sedili più avanti, c’era un signore piuttosto attempato, con i capelli biondini, tirati indietro secondo la moda di “..antanni” or sono e vestito in modo bizzarramente elegante: poteva essere solo due persone: Renzo Arbore o uno di quei vecchietti che frequentano i night club pur di non riconoscere il fatto che dovranno passare la vecchiaia da soli… In effetti ad Arbore ci assomigliava pure, ma dato che non ho visto al seguito nessuna orchestra napoletana, ho optato per la seconda tipologia di personaggio. Poco distante da me, mi fissava un armadio a quattro ante biondo, la maglietta dei Sistem of a Down, le unghie colorate di nero, un borsone nero ai piedi che senza stupore da parte di nessuno, poteva contenere la carcassa di un Backstreet Boys, e addosso una collezione di borchie che avrebbe fatto saltare in aria qualsiasi metal detector, anche quelli di ultima generazione che ormai ti vanno a controllare pure i remasugli di metallo della cintura, che ogni volta che prendo l’aereo e faccio per salire, devo fare la solita bella figura di passare attraverso questa porta odiosa tenendomi le braghe con le mani (che ci volete fare, non resisto alla moda dei pantaloni larghi). Alla mia destra invece, c’era la versione più magra, più sporca, più brutta, e sicuramente più ubriaca di Jean Claude Van Damme, che appoggiato al sedile di fronte, piangeva non so quale rimorso, rimpianto o ricordo, affogando il suo dolore tra un sorso di birra e uno di lacrime. C’era poi la donna bionda: due occhiaie da vampira e una pelle bianca, quasi diafana, che potevi vedere sulle sue tempie il percorso di quelle venuzze viola; chissà da chi stava tornando: magari dal suo uomo possessivo, oppure dalla sua compagna di notti, oppure non era ne etero ne omo, ma una semplice e solitaria anima notturna. L’ultimo, era un uomo di mezz’età, dal viso segnato dalla vita e dalle emozioni, era l’unico che si era accorto del mio osservare e a sua volta mi guardava incuriosito da un po’. Ad un tratto mi parlò e poi abbozzò un sorriso. Il volume del mio lettore era troppo alto per permettermi di sentire le sue parole, ma avrei giurato, studiandone il labbiale, che avesse detto: “Benvenuto nel circo dei miserabili, Lorenzo”.