Vecchio racconto che ho scritto per un concorso..
Premessa
Uff, pensavo tra me e me, è finita, anche per quest’anno è andata.
Era il 7 di giugno, la scuola era terminata e iniziavano le vacanzeestive; io ero stato promosso e stava iniziando un’altra delle famoseestati “più calde del secolo”. Mentre tornavo a casa con le gocce disudore che mi colavano copiosamente dalla fronte, pensavo a quello cheavrei potuto fare durante le vacanze e tutti i miei progettigravitavano attorno a un unico fulcro: le vacanze avrei dovuto passarlein un luogo arieggiato e in compagnia di una bibita ghiacciata.
Entro in casa, saluto il parentame, accendo il ventilatore, prendo illettore cd, osservo il divano e, sarà il caldo, ho una specie diallucinazione: al divano spunta una bocca che inizia a parlare:“sdraiati… sdraiati…”. Mi avvicino al divano con aria lussuriosaquando inizia a squillare il telefono…
Un terribile presentimento mi pervade: “fa’ che non sia lei, fa’ chenon sia lei”. Risponde mia madre: “Pronto? Oh ciao Elena…” “Sigh, èlei” “…come? Certo che può, ma no, ha tre mesi davanti per studiare…ok, allora te lo mando, ciao“… Dopo qualche attimo di silenzio,domando “Dov’è la zia?“ “Perché?“ “Niente, dov’è la zia?“ “Almare…“ “Ah, ok. Escludendo il fatto che ci abbia chiamato perinvitarmi a fare un bagno al mare, rimangono due possibilità : la primaè che le serve qualcuno che faccia un lavoro faticoso e noioso al mare,la seconda… la seconda è identica alla prima“. “Lavoro faticoso… Nonfai mai niente… comunque le serve che tu e tuo cugino Andrea andiate atogliere le erbacce e a raccogliere le albicocche e i pomodori per lamarmellata e la salsa…“ “Cosa? Credi che io sia così stupido? Crediche non sappia che la nostra casa al mare ha otto piani di erbacce datogliere (è una di quelle tipiche case liguri costruita a terrazzestrappate ai pendii delle colline o delle montagne) e che abbiamo trealberi enormi di albicocche e un numero imprecisato di piante dipomodori?“ “vabbè, sei con i tuoi cugini, ti divertirai…“ “Speriamo!Non ho mai letto nei libri di storia di neri che si divertivano mentreraccoglievano il cotone tutti insieme sotto il sole…“ “Esagerato!“.
Sono le otto e mezza…
Porca miseria! Il treno parte fra un quarto d’ora e Andrea non si èancora fatto vedere; ho persino avuto il tempo di comprarmi la“Settimana Enigmistica“ e il giornale. Ad un certo punto sentoprovenire dall’altra parte della stazione un fischio “alla pecoraia“:è mio cugino che si sta dirigendo con tutta calma verso di me…
Andrea è il tipico ragazzo dalla simpatia travolgente, trasgressivo,che piace alle ragazze e che fa molto sport. Mentre si avvicina ridendogli chiedo (indicandogli la capigliatura): “Ti hanno scritturato per ilseguito di “L’ultimo dei Mohicani?“. Ha una specie di crestino conqualche ciocca di capelli colorati di rosso… “Spiritosone!, Qual è ilnostro binario?“ “Il numero otto“ “Andiamo allora, sennò non ci sonopiù posti liberi e ci dobbiamo fare il viaggio in piedi“ (sembra quasiche sia io quello che è arrivato in ritardo…).
Saliamo sul treno e dopo 5 minuti di discussione scegliamo il vagonenon fumatori e, dal momento che è un treno un po’ vecchiotto, cicerchiamo uno scompartimento, possibilmente vuoto; dopo pochi minuti diricerca ne troviamo uno in coda al vagone. Ci sistemiamo Andrea applicala legge non scritta del “Ho pagato? Allora occupo più spaziopossibile!“ e inizia a mettere lo zaino su un sedile, i piedi in unaltro, il cappellino in un altro, poi tira fuori due lattine diCoca-cola, me ne lancia una e dice “Un brindisi alla zia che ci farà lavorare come farebbe un negriero georgiano“ (Ma tu guarda… avevamotutti la stessa immagine di lei…) “Cin cin“.
Dopo un po’ di stazioni, si apre la porta dello scompartimento e iltipico “truzzo“, con dei pantaloni talmente stretti che di sicuro glistavano bloccando la circolazione nelle gambe e la solita magliettaaderente dell’Energie o della Diesel e un chilo di gel in testa, siavvicina e ci chiede: “Che c’avete ‘na sigaretta?�? io e mio cugino ciguardiamo come se dovessimo decidere chi lo debba mandare a quel paesee alla fine mio cugino gli fa: “Scusa, sai che vagone è questo?“ “Ilsecondo?“ “No, intendo, lo sai che è dei non fumatori?“ “Si“ “Eallora perché ci chiedi una sigaretta quando si può intuire che nonfumiamo?“ “Boh… che ne so… magari…“ “No, non abbiamo sigarette…““Ah, ok! Grazie, ciao“ e se ne esce… Io e Andrea ci guardiamo con unmisto tra incredulità e stupore e ci mettiamo a ridere.
Siamo partiti da quasi mezzora e il treno giunge alla stazione diRacconigi; nel minuto in cui il treno è fermo, mi ritornano in mentetutte quelle volte che, o con la famiglia, o alla scuola materna, eroandato a vedere il centro delle cicogne e mi pareva di sentire inlontananza il loro verso, prodotto dallo sbattere dei becchi.
Dopo un po’ mi accorgo dello strano percorso del treno perché, anzichéalla stazione di Fossano, ci fermiamo a quella di Asti… Qui sale unacoppia dall’aria piuttosto pittoresca: lui non è molto alto e porta deicalzoni che, a prima vista, sembrano di un pigiama annodati sullapiccola pancia obesa, la canottiera e un cappello di paglia che ricoprein parte i capelli che cadono attorno al largo viso rosso: grigi,sfibrati e arricciati senza cura; lei è un donnone con il viso paonazzoa causa del caldo, con una lunga vestaglia a righe rosa che ricoprel’enorme pancia che sembra contenga una ventina di gemelli pronti aessere partoriti, e cerca refrigerio con un ventaglio che le sposta glistopposi capelli.
“Boja fauss, a fa’ caôd!” (“porca miseria, se fa caldo!“) dice ilsignore rivolto alla consorte “Gaùte el caciòt“. (“togliti ilcappello“) risponde lei. Io accenno ad un sorriso, visto cheprobabilmente io e mio cugino siamo gli unici in tutto il treno acapirli. Iniziai a capire il piemontese quando mi portarono allo stadiola prima volta: ero un bambino nel pieno centro della gradinata, agridare “Toro!“ da solo che neppure io mi sentivo. Ricordo un signoreanziano che si avvicinò, si mise al mio fianco parlandomi in quella cheallora mi era sembrata una lingua straniera e che invece diventò semprepiù comprensibile col passare del tempo: “Ca’ crìa cit, ca’ crìa! Crìapi fort!“ (“Grida, bambino, grida! Grida più forte!“).
Arriviamo ad Alessandria, e qui sale un signore dalle chiare originimeridionali: è di corporature robusta, capelli neri, corti, unamaglietta di dubbio gusto con su scritto “Non sono incinto, sonograsso“ e “qualche“ bagaglio: due borsoni per i vestiti; un cesto peri panini con la frittata di cipolle, la peperonata e cibi vari, unsacchetto con una bottiglia super maxi magnum di due litri di Coca-colae uno zaino contenente le cose “necessarie“ per la spiaggia ovverostereo, pallone da calcio, “Gazzetta dello sport“ e ombrellone di duemetri di diametro. Il signore si sistema accanto agli Astigiani e già si sentono i primi commenti in piemontese “Chiel a l’ha da vende e dapende“ (alla lettera: “Ne ha da vendere e da appendere“, quindi inabbondanza) inizia a dire il signore ridendo. “Ciuto“(“zitto“)risponde ridacchiando la consorte. Io e Andrea assistiamo a questosimpatico siparietto sorridendo, mentre attraversiamo il Monferratocosparso dalle viti cariche di violacei grappoli di uva, una dellepoche cose che mi piace veramente, insieme al melone e all’anguria,mangiare in queste caldi estati.
Sto osservando il paesaggio piemontese dal finestrino quando Andreaattira la mia attenzione con un fischio e mi chiede il giornale; mentremi accingo a darglielo, mi ricordo di aver anche comprato la “SettimanaEnigmistica“ alla stazione e la tiro fuori dal borsone; cercodisperatamente una matita e, dopo averla trovata, inizio a fare leparole crociate. Tanto per passare il tempo e per non farmi tutto ilviaggio in silenzio, coinvolgo anche Andrea chiedendogli qualche aiuto“sette verticale: tipico vino del Monferrato…“ Andrea non fa in tempoa formulare una risposta che si sente “Barbera!“. È il signore di Astiche dalla prontezza di risposta dava intendere di essere un esperto divini (o un mezzo alcolizzato): lo ringrazio e continuo… “cinqueorizzontale: er pupo de oro…“ anche qui Andrea non fa in tempo apronunciare una sola sillaba che si sente “TOTTI!“ “Grazie“, risposisorridendo. “Romanista?“ “Io? No no, sono della Juve!“ e di nuovo ilsignore alla moglie “Terun e ëdcò dela giuve!“(meridionale e anchedella Juve!).
Più ci avvicinavamo alla Liguria e più il caldo si fa meno opprimente.Il treno rallenta per l’ennesima volta per fermarsi alla stazione dinon riesco a vedere dove, “Andrea, che stazione è questa?“ “non lo so…stavo leggendo il giornale… Sarà un altro paesino sperduto dimenticatoda Dio e dagli uomini…“ “Mah…“ rispondo io “Dovremmo comunque esserevicino a Savona, vedo dei gabbiani…“ e Andrea dubbioso: “Cosac’entrano i gabbiani?“ “’Gnurant! I gabbiani si trovano principalmentein due posti: al mare e nei pressi delle discariche quindi, essendoquesto un paesino sperduto, probabilmente non ci sono discariche, e nonmi pare di vedere il mare…“ “Sagace…“ conclude con ironia mio cugino.
Io intanto osservo il panorama che cambia man mano che il treno prendevelocità . Notando i contadini che, piegati sotto il sole, strappanoerbacce (chissà perché mi sembrano tanto familiari…) dalla terra secca,arida, percorsa dai muri di pietra sulla quale corrono veloci lucertolee i ramarri chissà , forse inseguiti da una biscia; e guardo i vari tipidi piante che si susseguono. Nelle montagne liguri i chilometri di vitidi uva bianca e viola si abbarbicano sulle terrazze con i muri dipietra; le piante di olivi sono tante che uno si chiede “ma che se nefaranno i liguri di tutte queste olive che peraltro non sono neppurebuone?“ sono intercalati da tante altre piante di pesche, di prugne,di susine, di albicocche, per non parlare della fresca insalata e delsuccoso pomodoro, degli insipidi zucchini e delle melanzane, delgustoso peperone e dello schifoso cetriolo…
Il treno rallenta ancora, e una voce gracchiante ripete: “Savona… stazione di Savona…“
“Ci siamo“, mi dice Andrea, “la prossima è la nostra“. Si riesce asentire l’odore del mare grazie al vento che lo spinge dalla spiaggedorate alle nostre narici inebriandole con quell’odore di sale e iodioche ti entra nei pori della pelle quando hai fatto un bagno in mare.
Abbasso lo sguardo sulla “Settimana Enigmistica“ e senza farlo appostaleggo ad alta voce “… Lo è per il nipote la sorella della madre…““Schiavista!“ dice ridendo Andrea. “Dai, alzati, dobbiamo scendere“.



